Agenda:

24 septembrie

V. Ghika: un laïc au service des pauvres...

Conferință (în lb. franceză)

Invitat: Mgr Philippe Brizard

Espace Bernanos, Paris

ora 19.00

 

25 septembrie

Mgr Vladimir Ghika, prêtre et martyr...

Conférence (en français)

par Monica Broșteanu

Centre St Pierre– St André de Bucarest

à 20h

 

September 29

Mass of Thanksgiving

St Therese Church in Villejuif (France)

h 9.30

 

October 6

Mass of Thanksgiving

Notre-Dame Cathedral in Paris (France)

h 18.30

 

October 7

90th anniversary of ordination of mons. Ghika

 

News:
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Omelia di Angelo Card. Amato, SDB

Beato Vladimir Ghika

 

Omelia[1]

Angelo Card. Amato, SDB

 

1. Il martire cristiano conosce anche un’altra parola del suo Signore che dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Con queste parole rivolte a Marta, sorella di Lazzaro, il Signore Gesù propone l’identikit dell’autentico martire cristiano, che ama la vita, perché ama Gesù, «via, verità e vita» (Gv 14,6). Egli rispetta e onora la vita altrui. Non la umilia né la maltratta. Il martire è testimone della vita e non della morte. Il suo carnefice, invece, è schiavo della morte. Nel martire risplende il volto del vero essere umano; nel suo carnefice il volto sfigurato dell’uomo peccatore.

Da duemila anni la Chiesa subisce persecuzione e da duemila anni nella Chiesa ci sono i testimoni eroici della fede. Da Pietro e Paolo fino ai martiri dei nostri giorni è lunga la lista dei perseguitati per amore della giustizia. Il 25 maggio scorso è stato beatificato a Palermo, in Italia, Don Pino Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia semplicemente perché educava i giovani alla vita buona del Vangelo. Il 15 giugno scorso è stato beatificato ancora in Italia, a Carpi, un altro martire, il Beato Odoardo Focherini, padre di famiglia, imprigionato e ucciso in un lager nazista solamente perché era giornalista cattolico.

Il secolo scorso è stato chiamato il secolo dei martiri. In tutto il mondo le forze del male si scatenarono contro i cristiani, con la tragedia messicana, la persecuzione spagnola, lo sterminio nazista, l’olocausto comunista. Anche la Romania visse il suo calvario, con quella che gli storici chiamano «una tra le peggiori persecuzioni del secolo».[2] I cattolici furono umiliati, i loro beni confiscati, vescovi e sacerdoti imprigionati e uccisi, seminaristi torturati, laici costretti ad abbandonare la fede cattolica, religiosi dispersi, istituti di educazione confiscati, chiese chiuse, libertà religiosa negata.

Di fronte a tanta ferocia, nel 1952, Papa Pio XII indirizzò ai Vescovi, al clero e al popolo della Romania un messaggio forte e commosso: «Desideriamo baciare le catene di coloro che, ingiustamente imprigionati, piangono e sono afflitti per gli attacchi contro la religione, per la rovina delle sacre istituzioni, per la salvezza eterna dei loro popoli messa in pericolo».[3]

Per dovere di verità storica, bisogna aggiungere che ci furono anche vescovi e sacerdoti della chiesa ortodossa romena che si opposero coraggiosamente all’abuso di potere dei comunisti, finendo, per lo più, o incarcertati o avvelenati. Anche il famoso studioso rumeno di religioni, Mircea Eliade, espresse in quel periodo la simpatia di tutto il popolo per i fratelli cattolici.

Ovviamente, venne vietato ai vescovi rumeni di partecipare al Concilio Ecumenico Vaticano II. A Roma, durante il Concilio, fu udita solo la voce del vescovo Basilio Cristea (1906-2000), visitatore apostolico per i fedeli greco-cattolici romeni in Europa. Era il 16 ottobre 1964 e Mons. Cristea parlò della Chiesa crocifissa, e cioè della persecuzione anticattolica in Ucraina e soprattutto in Romania.[4]

 

2. In questo ambiente di disumana barbarie, di infinita sofferenza e di somma empietà emerge la figura di mons. Vladimir Ghika, nipote dell’ultimo principe di Moldavia: «Convinto che essere cattolico significasse “diventare ancor più orodosso”, si era convertito in giovane età al cattolicesimo, conservando per tutta la sua vita una dedizione incrollabile alla causa cattolica».[5]

Nella sua Lettera Apostolica, Papa Francesco chiama il Beato «Vladimir Ghika, sacerdote diocesano e martire, pastore zelante, testimone tenace della carità divina, difensore coraggioso della fede cattolica e della comunione con la Chiesa di Roma».

Di famiglia nobile,[6] Vladimir Ghika utilizzò i suoi numerosi talenti di natura e di grazia a favore dei bisognosi. Convertito nel 1902 e ordinato sacerdote a Parigi, il 7 ottobre 1923, all’età di cinquant’anni, cominciò un intenso apostolato di bene a servizio dei piccoli e dei poveri. Nel 1939 decise di rimanere in Romania, per far fronte alle necessità dei rifugiati polacchi, dopo l’invasione nazista della Polonia. Fedele alla sua teologia del bisogno (théologie du besoin) egli si occupò dei malati, dei feriti e dei prigionieri di guerra. Confermò questa sua decisione anche nel 1948 quando, dopo l’abdicazione e la partenza del re Michele, il regime comunista iniziò una violenta e sistematica repressione dei cattolici.

Il 18 novembre 1952 fu arrestato, poi incarcerato a Jilava, uno dei più terribili campi di sterminio. Dignità, perdono dei persecutori, sostegno spirituale dei detenuti che erano con lui, intensa vita di preghiera, fecero di lui un esempio altissimo di testimonianza evangelica. Il 16 maggio 1954 si spense a causa delle crudeli torture inflittegli dalla Securitate. Uomo di profonda spiritualità e aperto all’ecumenismo, un suo grande desiderio era vedere l’unità della chiesa ortodossa con quella cattolica.

L’orrore delle carceri del regime comunista rumeno costituisce l’ambiente fisico e psicologico nel quale il nostro Beato trovò la morte. Disumano fu il trattamento al quale egli venne sottoposto: i suoi carcerieri cercarono di indurlo con la forza a firmare dei falsi verbali, lo seviziarono e lo tormentarono anche con scariche elettriche, così da renderlo menomato nella vista e nell’udito. Queste ripetute angherie, perpetrate per di più su un uomo anziano, lo condussero ben presto ad un totale sfinimento. La sua morte, perciò, si configura come un martirio ex aerumnis carceris, e cioè per le estreme sofferenze della prigionia.

 

 3. Sono tre gli aspetti della carità pastorale del nostro Beato. Il primo riguarda il suo cuore ecumenico. Sognava l’unità della Chiesa. Per lui l’Oriente e l’Occidente erano i due polmoni dell’unica Chiesa di Cristo. Per questo ebbe il privilegio – eccezionale a quell’epoca - del biritualismo. Egli proponeva la santità come un mezzo indispensabile per promuovere l’unità dei cristiani. In una conferenza del 1904 egli diceva: «È questa l’ora del fascino della santità, della santità ben visibile, della luce posta sul candelabro […]. Santità di un amore immacolato per tutti i nostri fratelli, soprattutto per i nostri fratelli separati, senza rancori di razza, senza risentimenti storici, senza incoprensioni troppo tempo represse».[7] Egli promuoveva l’ecumenismo delle opere, vedendo nell’esercizio della carità il luogo di una nobile emulazione tra tutti i cristiani. L’ecumenismo doveva essere fondato sull’apostolato dell’amore, rispettando la libertà e la buona fede altrui ed evitando polemiche inutili e dannose. Inoltre, egli vedeva nel martirio di milioni di cristiani ortodossi perseguitati soprattutto in Russia e nell’Europa dell’Est dai regimi comunisti la garanzia di una vera risurrezione, che, nella logica del mistero pasquale, doveva portare all’unità ritrovata.

Il secondo aspetto riguarda il suo concreto impegno di carità verso i rifugiati, i feriti di guerra, i malati. Visitava spesso i detenuti della prigione di Văcăreşti, alla periferia di Bucarest, per confortarli durante i bombardamenti, parlare di Dio e celebrare la messa. Esercitò la sua influenza presso le autorità per evitare a molti ebrei la deportazione verso i campi della morte.[8] Durante la terribile carestia del 1946 riuscì a sollecitare, tramite il nunzio O’Hara, gli aiuti americani indirizzandoli anche verso i monasteri ortodossi della Moldavia.

Il terzo aspetto riguarda la sua passione e morte sotto quel regime spietato che fu lo stalinismo. Lunghi e sfibranti interrogatori di giorno e di notte, pestaggi feroci tanto da far temere la perdita dell’udito e della vista, simulazioni di impiccagione. Egli sopportò con fede e coraggio questo martirio con l’aiuto della preghiera. Ogni giorno diceva il rosario con un gruppo di detenuti e a ogni decina teneva una piccola meditazione. Spesso faceva la via crucis manifestando tutta la sua tenerezza e partecipazione verso l’Uomo dei dolori. La domenica diceva delle preghiere speciali. Un giorno aprì la sua meditazione citando le parole di Giacobbe: questo luogo è santo e io non lo sapevo. Quando pregava, Padre Ghika dava l’impressione di essere veramente felice.

Smagrito, malato, sfinito, la sua fortezza era quella dell’isaiano Servo del Signore di fronte alla morte. Apparentemente e falsamente accusato di minacciare l’ordine sociale, in realtà egli fu incarcerato perché era un prete zelante e santo che attirava molte persone a Dio. Ricordiamo le sue ultime parole: «Muoio con la coscienza in pace per aver fatto tutto quello che ho potuto […] per la vera Chiesa di Cristo, in un periodo triste per il mio paese per il mondo civile».[9]

 

4. La Chiesa, nostra madre, non dimentica i suoi figli generosi. Essa li onora e li propone alla nostra contemplazione e imitazione. In questo momento storico,  la chiesa cattolica rumena sta vivendo un evento di gloria, perché vede avverarsi nel Beato Vladimir Ghika le parole del profeta Isaia, che diceva: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti» (Is 61,1-2).

 

L’odierna beatificazione deve essere vista come segno profetico di riconciliazione e di pace, come memoria di un triste passato da non ripetere in nessun modo e come impegno per costruire un futuro di speranza, di comunione fraterna, di libertà e di letizia.

Oggi la Chiesa permette il culto pubblico liturgico verso il Beato Vladimir Ghika. Chiediamo la sua intercessione affinché la nobile nazione rumena possa continuare a vivere nella pace, nella fraternità e nella prosperità.

 

Amen

 

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[1] Tenuta a Bucarest il 31 agosto 2013.

[2] Robert Royal, I martiri del ventesimo secolo, Ancora, Milano 2002, p. 298-314.

[3] Pio XII, Lettera apostolica Veritatem facientes, 27 marzo 1952.

[4] Riccardo Burigana, In punta di piedi… La presenza greco-cattolica romena tra i padri conciliari del Vaticano II, in «Colloquia Mediterranea» 3 (2013) n. 1 p. 45-63.

[5] Robert Royal, I martiri del ventesimo secolo, p. 311.

[6]Il nuovo Beato nacque a Costantinopoli il 25 dicembre 1873 e fu battezzato nella Chiesa Ortodossa. In quel tempo, il padre, principe Jean Grigore Ghika, era diplomatico della Romania presso la corte di Costantinopoli. La madre era la principessa Alessandrina Moret de e Blarambert, donna di grande pietà e fervente ortodossa, anche se amava leggere e meditare gli scritti di Bossuet e l’Imitazione di Cristo. Vladimiro era il quinto di cinque figli. Studiò in Francia e, dopo un percorso di riflessione, aderì al cattolicesimo. La conversione al cattolicesimo avvenne il 13 aprile 1902 a Roma, nella chiesa di Santa Sabina all’Aventino. Non fu un semplice cambio di confessione, ma la scelta deliberata di un progetto di vita totalmente consacrata a Dio nel sacerdozio, a servizio del prossimo e dell’azione per l’unità della Chiesa.

[7] Positio, p. 94.

[8] Ib. p. 102.

[9] Ib. p. 272.